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Ranch Monta Americana


ombromanto
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In America svanisce il mito dei Cowboy (Recensione) Nelle attività dei ranch sulle terre di proprietà pubblica c’è una enorme contraddizione. Da un lato, proprietari e cowboy vengono santificati dal Mito come icone di forza, lavoro sodo, riservatezza e mentalità concreta. In realtà, i ranchers rappresentano la forza più pervasivamente distruttiva presente sui territori di proprietà pubblica, staccando anche di molto al secondo posto chi taglia i boschi. Attraverso vari sussidi, io, voi e lo Zio Sam sosteniamo il settore dell’allevamento con versamenti per la siccità e i danni degli incendi, le recinzioni, i serbatoi per l’acqua, i mulini a vento e i baratti dei diritti di pascolo. Il governo elimina centinaia di migliaia di animali selvatici ogni anno per proteggere i capi di bestiame da predatori come lupi, puma e coyote.

In cambio abbiamo erosione, specie in pericolo, distruzione degli habitat, improvvise inondazioni, erbacce esotiche infestanti, desertificazione, e un paesaggio fra i più degradati della Terra. Che in gran parte non si riprenderà mai.

George Wuerthner di Eugene, Oregon, è uno dei più dichiarati nemici dell’allevamento sulle terre pubbliche. Demolisce il Mito del Cowboy e prevede la fine di questo allevamento: una delle più incredibili farse della storia americana.

Tim: Quando hai cominciato ad andare contro il Mito del Cowboy?

George: Mi sono evoluto in modo graduale verso l’attività riguardante i pascoli. Al liceo, lavoravo in ristorantino di hamburger. Pensavo che la cosa migliore di quel posto fossero le polpette gratis. Ho anche lavorato in un paio di ranch all’epoca. Riparavo gli steccati, cavalcavo attraverso la brughiera a cercare i vitelli e ammucchiavo balle di Fieno Insomma ho un po’ di esperienza diretta col ranch e il suo stile di vita. É in un certo modo attraente: specie se non si conoscono i costi ambientali.

Ho iniziato a cambiare idea, dopo queste esperienze. Nei primi anni di università, ho studiato biologia e botanica delle specie selvatiche. Poi mi sono specializzato in scienze di gestione sperando di trovare un lavoro nel servizio pubblico di controllo. In altre parole, non ero implicitamente ostile all’allevamento e all’attività dei ranch. Ma più osservavo l’evolversi di molte questioni ambientali nell’Ovest, più vedevo ripresentarsi il medesimo settore: l’allevamento. Sono arrivato a concludere che i suoi effetti cumulativi superano di gran lunga tutti gli altri, da qui la mia conversione a militante sui problemi del pascolo.

Tim: George, qual è il problema dell’attività dei ranch sui terreni pubblici?

George: interessa più superfici di qualunque altra attività. Circa il 90% di quelle del Bureau of Land Management (BLM), il 70% di quelle del Servizio Forestale, decine di parchi nazionali, oasi faunistiche, zone di proprietà statale e addirittura di governi locali, subiscono gli effetti delle attività di allevamento. A causa dell’enorme estensione geografica, anche se si trattasse di un uso positivo dello spazio, sarebbe comunque oggetto di preoccupazione.

Ma non è affatto positivo. É la principale fonte di inquinamento idrico dell’Ovest. É il principale agente di erosione del suolo. É la causa principale dei pericoli di Estinzione delle specie. È il motivo per cui non abbiamo lupi in tutto l’Ovest. É una delle ragioni principali per cui i quattro quinti delle specie native di pesci a ovest dello spartiacque continentale sono in pericolo o minacciate.

Siamo di fronte a una crisi di biodiversità. Certo è auspicabile una tutela delle superfici di proprietà privata, anche se c’è da chiedersi se riusciremo mai ad ottenere qualcosa di meglio che risultati scarsi ed episodici. Sono le superfici pubbliche però l’elemento critico di qualunque impegno per la protezione della biodiversità, là dove le dimensioni sono tali che i processi ecologici come gli incedi spontanei o la predazione possono operare. Se proprio vogliamo continuare ad allevare vacche, facciamolo comunque altrove. Ci sono certamente spazi migliori a questo scopo, che non i territori occidentali di proprietà pubblica.

Tim: Si discute molto di bestiame contro urbanizzazione. Qualcuno dice che le vacche generano case. Cosa significa, e si tratta di una preoccupazione legittima?

George: Bestiame contro urbanizzazione si riferisce a una falsa dicotomia, alla convinzione che se si elimina l’allevamento, specie sui territori di proprietà pubblica, si favorisce una ulteriore diffusione dello sprawl e dell’urbanizzazione. Molti ambientalisti, e lo stesso settore dell’allevamento, dicono che il modo di tutelare gli spazi aperti è proteggere l’allevamento. É una strategia che pone parecchi problemi.

Gran parte di noi abita in città e cittadine che crescono. L’Ovest è una delle aree del paese in crescita più rapida, a causa di un forte saldo migratorio positivo. É naturale ritenere che lo sprawl sia necessariamente peggio dell’attività di allevamento. É una cosa che sperimentiamo ogni giorno. Gran parte di noi non sperimenta direttamente in modo quotidiano gli effetti negativi dell’allevamento. Questo caratterizza la nostra percezione del problema.

Calcolando a parità di superfici, sprawl e sviluppo urbano risultano altamente distruttivi, certo più dannosi del fatto di avere qualche mucca che mastica erba: non è un paragone possibile. La quantità di territorio interessato direttamente dallo sprawl e dall’edificazione in realtà è relativamente piccola. Ma non voglio che mi si accusi di affermare che la diffusione urbana non è un problema. Dove si verifica, è certamente un problema, e deve essere controllata, orientata, o anche impedita. Mi distinguo invece da altri nel ritenere che occorra controllare, orientare o anche impedire l’allevamento, oltre allo sprawl. Nessuna delle due cose fa bene all’ecosistema e alle specie locali. Non si tratta di scegliere fra l’uno o l’altro. Dobbiamo contrastare entrambi.

Se si aggiungono gli effetti delle coltivazioni – e gran parte delle superfici agricole negli USA sono utilizzate per colture destinate all’alimentazione del bestiame, non per il consumo diretto – il settore nel suo complesso è responsabile di più specie in pericolo di qualunque altra attività umana, compresa l’urbanizzazione.

Il ciclo dell’allevamento interessa dal 70% al 75% dell’intera superficie USA. Ovvero le terre private e pubbliche utilizzate per il pascolo, quelle per la produzione di alimenti come fieno o granturco, e altre. É una quantità enorme. Confrontiamola con l’urbanizzazione, che interessa solo il 3% della superficie USA. Dunque se parliamo di impatti ambientali complessivi, gli effetti del ciclo dell’allevamento sono di gran lunga superiori a quelli dello sprawl urbano, sulla base delle semplici proporzioni geografiche.

In California, è urbanizzato solo il 4% del territorio, secondo le analisi delle riprese aeree. Trovo che si tratti di cifre spaventose. So che è difficile crederci se si abita a Los Angeles o nella baia di San Francisco, ma ragioniamo ancora. Ci sono milioni di ettari di deserto, su nella Sierra Nevada e lungo la costa settentrionale, praticamente disabitati. Gran parte territori di proprietà pubblica – lo è metà della California – che non saranno mai edificati. Anche gran parte delle superfici agricole sono utilizzate per l’allevamento: fieno e altri alimenti insieme superano qualunque altro tipo di coltura dello stato.

E ci sono altri stati dell’Ovest ancora più sbilanciati verso l’allevamento: ad esempio nel 95% del Montana ci sono meno di due persone per chilometro quadrato. Si tratta della definizione statistica ufficiale del concetto di frontiera del 1890. Certo, esistono alcune aree dello stato dense e in crescita, ma contano per una piccolissima quota del totale: lo 0,17% della superficie statale. Gran parte delle zone non boscose in Montana sono utilizzate per produzioni agricole, compreso l’allevamento. Quindi buona parte dell’Ovest è dominata da spazi aperti, non dall’urbanizzazione o dallo sprawl.

Ma lo spazio aperto non è necessariamente una cosa buona per la flora e fauna selvatica o per la tutela ambientale. Se fosse così, allora in Montana non ci sarebbero specie in pericolo. Ci sarebbero bisonti, lupi, orsi grigi e galli cedroni di brughiera ovunque: e invece tutte queste specie sono sull’orlo dell’estinzione.

Perché? Per via dello sprawl? Macché. É per via delle attività agricole: principalmente per il ciclo dell’allevamento.

Anche se non si concorda con me sul fatto che il ciclo dell’allevamento rappresenta il contributo principale all’impoverimento biologico, comunque non può essere l’attività dei ranch a tutelare gli spazi aperti. L’unico mezzo efficace di protezione è l’urbanistica, l’acquisto dei diritti edificatori, o l’acquisizione diretta delle superfici.

Il problema del mito “vacche contro l’urbanizzazione” è che impedisce il sostegno del pubblico per le alternative. Se la gente pensa che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca – ad esempio tenerci i ranch e il Mito del Cowboy e non dover né tirare fuori i soldi per acquisire superfici, né discutere di questioni urbanistiche – continuerà a evitare di stringere i Denti e dibattere le vere alternative. Chi sostiene i ranch come strumento di conservazione degli spazi aperti, in realtà sta cincischiando mentre Roma brucia.

Tim: L’attività dei ranch sui terreni pubblici sta morendo di morte naturale?

George: Certo, sta morendo: direi che il settore è già in stato comatose, e questo è uno dei motive per cui qualunque strategia che mira a “conservare i ranch” per proteggere lo spazi aperto da un lato è naïve e dall’altro è condannata al fallimento.

Sono i prezzi dei terreni cresciuti in tutto l’Ovest ad aver efficacemente eliminato l’attività di allevamento. Non si può comprare terra ai prezzi di oggi e pagarla col bestiame. Ciò significa che non c’è nessun giovane che entra nel settore: a meno che non abbia denaro dall’esterno. Ciò ha diversi effetti. I vecchi allevatori vanno in pensione e non vengono sostituiti. Poi, diventa anche più difficile il passaggio del ranch ad altri membri della famiglia. Ora anche le piccole aziende valgono milioni di dollari.

Non ci sono molte scelte, oltre a vendere. In qualche caso, questo significa lottizzare. In altri, vendere a qualcuno con dei mezzi che gestisce il ranch come un “trofeo” o un passatempo. Non è in generale un brutto destino, dato che mantiene intatta la terra, perché se si è ricchi non c’è bisogno di tenere vacche.

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